Narrazione e industria turistica

Rete SET – Incontro nazionale di Napoli
REPORT TAVOLO 4

Sebbene la presenza turistica, il turismo, siano argomento di ordinaria attualità, siamo talmente avvolti in questo nuovo petrolio nazionale da non metterne quasi mai in discussione la natura appiccicosa ed alcune evidenti ricadute negative. Oggi l’industria turistica sembra essere infatti l’unica vocazione del nostro paese, l’unico (o quanto meno il principale) modello di sviluppo possibile ed auspicabile. Ma questo modo di proiettarsi verso una monoeconomia, abbracciare una monocoltura, non rappresenta forse, in sé, una fragilità? Un paese dedito alla rivendita di gadget, alla monetizzazione di ogni spazio, non perde forse parti della sua biodiversità culturale e sociale?

Il turismo attiene a ciò che in quest’epoca riteniamo desiderabile. E tutto ciò che desideriamo, lo sappiamo, è anche il prodotto di catene d’immaginario, di pubblicità commerciali, è una costruzione sociale a tutti gli effetti, fatta anche di bisogni indotti. E così, pensando alle nostre città come prodotti commerciali una domanda non pare irragionevole: le nostre mete sono state e saranno per sempre desiderabili? Lo saranno anche se le principali strade di ogni luogo troppo visitato iniziano ad assomigliarsi terribilmente? Quando ci troviamo in vie modulari, tra catene dello street food e negozi di paccottiglia in franchising, stiamo ancora attraversando luoghi diversi, o si tratta di semplici puntate di uno stesso format? É evidente che questi sfondi ripetitivi, che involontariamente contribuiamo a costruire per mezzo dei consumi stereotipati del nostro stesso turismo, impoveriscono terribilmente le specificità di queste città turistificate.

Le città nascono intorno ad una piazza, dove convivono e si incrociano i bambini che corrono, la gente che lavora e i vecchi che leggono il giornale. Questi luoghi della quotidianità possono però tramontare quando dei tavolini con ombrelloni marchiati li rendono semplici spazi dove sedersi per consumare. Ed è proprio in questo divenire solo luoghi di consumi stereotipati che ci deve far riflettere sulla quantità di turismo che un tessuto urbano può recepire senza spodestare altre fruizioni della città, perché la quantità di turismo può tradursi ad un certo punto in trasformazione qualitativa dello spazio urbano, portando ad un soffocamento delle altre forme di presenza e diritto alla città.

Questo fenomeno, rilevante in tutto l’occidente e non solo, notoriamente si chiama overturism. L’overturism non nasce da sé, è veicolato da piattaforme, viene spinto da campagne pubblicitarie, sorretto da interessi che tendono a diventare oligopolistici fino a farsi nuova politica dei territori.
I processi di turistificazione si nutrono dei centri cittadini per poi espandersi verso i quartieri periferici, commercializzando incessantemente la possibilità di fare esperienze autentiche ed uniche, proposte sotto lo slogan “live like a local”. La città in questo modo si trasforma progressivamente fino a diventare uno scenario, pensato più per le esigenze del turista che per quelle degli abitanti. Lo stesso portale digitale Airbnb ha recentemente annunciato che le esperienze fuori dai flussi turistici massificati diventeranno presto il business principale della piattaforma: già oggi dormire in un basso napoletano, in una grotta di Matera o pagaiare in Canal Grande a Venezia, sono esperienze che trasformano profondamente il senso e la percezione sociale di questi luoghi.

Alcune città, come Venezia o Firenze, sono già oggi ampiamente irriconoscibili. In queste città soffocate dal turismo i residenti ormai usufruiscono di servizi e comprano in negozi pensati prevalentemente per i consumi dei turisti, mentre fino a qualche tempo fa accadeva il contrario. Oggi le economie delle città turistificate sono organizzate a misura del visitatore: scompaiono i negozi di vicinato per gli abitanti e le trattorie a prezzi popolari, mentre proliferano i locali del food fatto in serie e i negozi di gadget e souvenir. Ovviamente non in tutto il paese l’omologazione ha raggiunto questi livelli, ma quello turistico è decisamente, oltre le apparenze, un modello industriale, non artigianale. L’economia a cui dà respiro si impone grazie ad immensi capitali finanziari. Quella turistica è un’industria transnazionale che ha un tasso di crescita del 6% a livello mondiale e del 13% a livello nazionale, su cui puntano attori internazionali dall’immenso potere contrattuale e lobbistico. L’affermazione di questo modello nei territori ha perciò sempre caratteristiche molto simili; una industria policentrica che si afferma, a fasi, su ogni luogo che abbia un potenziale mercificabile. Gli usi preesistenti del territorio, ovvero quelli degli abitanti che fruiscono dello spazio pubblico per le proprie ordinarie attività, per giocare, per oziare, divengono improvvisamente devianti ed in quanto tali rifiutati e repressi – o, peggio ancora, ricostruiti in forma caricaturale. Lo spazio domestico dilatato, che ci fa percepire la città come parte del sé, si frange, e la città diviene progressivamente estranea, una scenografia e non più un corpo vivo.

Una città non è solo un ammasso di strade ed edifici, ma è composta da un corpo architettonico e da un’anima civica. Quando la prima si mantiene nel tempo ma la seconda si affievolisce perché i suoi abitanti ne sono cacciati, allora la città stessa diviene banale, quasi fosse la riproduzione o il supermarket di sé stessa. Questa trasformazione della città ne impedisce oggettivamente il diritto di fruizione agli autoctoni e agli stessi visitatori. Inizialmente questa trasformazione economica si nutre di grandi eventi pensati per promuovere il territorio, eventi in cui i luoghi svolgono solo il ruolo di quinte di un palcoscenico. Successivamente si punta alla logistica, con finanziamenti pubblici a compagnie low cost e provvedimenti di liberalizzazione delle locazioni turistiche che minacciano il diritto all’abitare, riconvertendo ampie porzioni del patrimonio immobiliare a funzioni ricettive e facendo impennare i prezzi degli affitti. Nello stesso tempo la turistificazione si nutre anche di quei vuoti urbani lasciati in eredità dal precedente modello di sviluppo, come quello di fabbrica, riqualificando gli spazi industriali abbandonati a fini ricettivi o ricreativi e accelerando così i processi di accumulazione e speculazione immobiliare. Tutte queste azioni, supportate da un immaginario smart, vengono sempre presentate come prive di ricadute sociali e raccontate come grandi occasioni di sviluppo, ma ad arricchirsi sono in pochi e ad impoverirsi è la collettività, sempre più espropriata della propria città per far posto all’industria turistica.

Ma cosa possiamo fare? Ci viene ripetuto pedissequamente il mantra che questo è il nuovo petrolio d’Italia e che non ci sono alternative. In fondo ci veniva detto così anche per le miniere nell’ottocento e per le industrie pesanti nel novecento… abbiamo visto che destino hanno avuto. Ma siamo così convinti, ora che le ricadute sociali iniziano ad essere sotto gli occhi di tutti, che anche questa nuova industria pesante, che ha la città come prodotto e mezzo di produzione al tempo stesso, non sia piuttosto la nuova bolla del XXI secolo?  Siamo davvero così dentro a questo modo di produzione da non riuscire ad immaginare un futuro economico diverso per il nostro paese, che non condanni interi territori allo strapotere della rendita e alla monocoltura turistica?

Va perciò fatta inizialmente pulizia, va praticata una decolonizzazione dell’immaginario. Il turismo, al suo apice, già oggi produce città vuote, stereotipate ed irriconoscibili, estrae valore dalla mercificazione dello spazio pubblico con il beneplacito delle amministrazioni locali, tende a processi di concentrazione proprietaria che portano all’espulsione dal mercato dei piccoli arrotondatori del turismo e della forza lavoro qualificata, favorendo solo chi gestisce forme di ricettività riunificata, come gli intermediari immobiliari ed i grossi gruppi finanziari specializzati (come dimostrato da recenti ricerche dell’università di Siena). Siamo quindi convinti che vada data una lettura sistemica dello sviluppo dell’industria turistica, che ne vadano narrate le fasi che implacabilmente portano alla concentrazione della ricchezza in poche mani, per poter fare in modo che le azioni puntuali dirette alla difesa dei nostri territori possano assumere un senso più ampio, vale a dire quello della difesa del diritto alla città per tutti, e non solo per chi se la può permettere.

Annunci

Spazio pubblico

Rete SET – Incontro nazionale di Napoli
REPORT TAVOLO 3

Città presenti al tavolo: Venezia, Firenze, Genova, Torino e Napoli.
Composizione dei partecipanti: attivisti, ricercatrici, architetti, urbanisti, collettivi e associazioni.
La discussione si è incentrata sull’analisi di tre temi – il ruolo dell’amministrazione locale nella gestione dello spazio pubblico, la sicurezza, il decoro urbano – e sull’individuazione di alcune proposte.

Analisi
Alcune problematiche sono comuni, altre presenti soltanto in alcuni contesti specifici.
Le criticità comuni sono:
– la progressiva militarizzazione dello spazio pubblico;
– la crescente privatizzazione del suolo pubblico, occupato prevalentemente dai dehors di bar e ristoranti (con l’implicito messaggio: puoi godere dello spazio pubblico solo a pagamento);
– l’utilizzo crescente di strade e piazze per l’organizzazione di eventi commerciali;
– la crescente difficoltà di sostare nei luoghi pubblici, sia per l’assenza di panchine sia per l’entrata in vigore di alcune ordinanze comunali fortemente restrittive (divieto di usare monopattini e biciclette, divieto di consumare cibi e bevande per strada);
– l’uso di fioriere ‘antisfondamento’, congegnate in modo tale da non essere fruibili dagli abitanti, minimamente pensate per essere integrate nel contesto circostante dal punto di vista del verde pubblico o dell’arredo urbano;
– l’assenza di spazi verdi e, in generale, di spazi per l’infanzia e per gli anziani.

Queste criticità sarebbero ugualmente presenti anche in assenza di flussi turistici, ma il loro incremento è evidentemente legato alla crescita del turismo. La tendenza politica in atto porta alla creazione di una città ‘vetrina’ a misura di turista, non più di abitante. La progressiva sparizione dello spazio pubblico è legata a doppio filo anche con la costruzione di una retorica securitaria che cerca di legittimare la bonifica sociale dei centri storici, mutando il significato di parole come ‘sicurezza’ e ‘decoro’.
La presenza stabile dell’esercito nelle zone della città più interessate dai flussi turistici abitua lentamente i cittadini a vivere in territorio militarizzato. Ma questa sicurezza riguarda soltanto alcuni: turisti e cittadini benestanti, chiunque possa consumare la città. Per converso, infatti, lo spazio pubblico è precluso ai poveri, ai senzatetto, agli immigrati e a tutti coloro che non sono in grado di pagare per la propria presenza. Ordinanze e regolamenti comunali limitano la fruizione dello spazio pubblico in nome del ‘decoro’: le panchine, sempre più rare, sono costruite in modo tale da impedire a chi sosta di sdraiarsi. Il termine ‘decoro’ assume un nuovo significato, legato all’ordine pubblico e alla pulizia (metaforica e materiale). La città appare sempre più divisa in classi sociali che non si incontrano e il centro storico diventa un luogo esclusivo, il “salotto buono” in cui i poveri non sono stati invitati.

Venezia
Nel 2017 il Comune ha promosso la campagna di sensibilizzazione “Enjoy Respect Venezia”: una campagna rivolta soprattutto ai turisti, impostata su una rigida idea di decoro urbano. Tra i divieti elencati, previsti dal vigente Regolamento di Polizia Urbana, figurano le seguenti attività: sedersi e sostare per consumare cibo e bevande nei luoghi pubblici; circolare in tenuta balneare per le strade; usare il monopattino o la bici (per i non residenti e per i bambini residenti sotto gli otto anni di età); sdraiarsi sulle panchine; dar da mangiare ai colombi. La violazione dei divieti comporta sanzioni fino a 500 euro. In occasione della visita di Papa Ratzinger, furono eliminati i cestini dei rifiuti per ragioni di sicurezza e antiterrorismo; da allora non sono più stati ricollocati nelle strade. Nel 2018, con un’ordinanza del sindaco Brugnaro, è stata avviata la sperimentazione (fallimentare) di un sistema di varchi per deviare i flussi turistici e decongestionare le zone più affollate attraverso l’installazione di alcuni tornelli. Grazie all’assenza di automobili nel centro storico, lo spazio pubblico è ancora vissuto dagli abitanti e dai bambini. Spesso i commercianti assumono vigilanza privata per presidiare le strade e le attività commerciali. Con l’aumento dei flussi turistici provenienti dalla Cina, nel 2018 il Comune ha previsto il pattugliamento congiunto di poliziotti italiani e cinesi per diffondere un maggior senso di sicurezza tra i visitatori cinesi. Negli ultimi anni i taxi nella Laguna sono aumentati in maniera esponenziale: l’incremento del moto ondoso che provocano, contribuisce all’erosione dei palazzi storici.

Firenze
A Firenze è stata promossa una campagna di sensibilizzazione analoga a quella di Venezia, “Enjoy Respect Florence”, che prevede una serie di ‘buone pratiche’ per turisti e cittadini (tra cui quella di indossare abiti decorosi) e che segnala alcuni divieti sanzionabili fino a 500 euro (tra cui il divieto di sedersi ingombrando strade e piazze). La presenza di guardie private a tutela degli esercizi commerciali è piuttosto diffusa. La pianificazione urbanistica è stata sostituita da un regime di deregulation e la dismissione del patrimonio pubblico che ne è conseguita, ha attirato numerosi investitori stranieri che, prevedibilmente, hanno trasformato interi edifici in alberghi di lusso. I progetti di infrastrutture colossali (l’aeroporto internazionale e l’inceneritore a ridosso della città, molti parcheggi interrati nel centro storico) rischiano adesso di stravolgere completamente la città storica.

Genova
Il centro storico – da sempre abitato da migranti e ceti popolari – si sta trasformando progressivamente in una vetrina per turisti. In particolare, l’amministrazione punta ad incrementare il numero dei croceristi che ogni giorno approdano al porto di Genova.
Con un’ordinanza del 2018, il sindaco ha vietato il consumo di bevande alcoliche in alcune zone del centro storico premesso che – si legge nel documento – “tra gli obiettivi di questa Amministrazione è prioritario l’intento di migliorare l’attrattività di Genova sia come
destinazione turistica sia come luogo ideale per vivere (…), fare impresa” e che “il centro storico di Genova, alla stregua di quelli delle grandi città europee, costituisce un polo attrattivo per le attività turistiche e di svago che è un valore aggiunto per l’economia”. L’amministrazione evidenzia che “le problematiche di degrado del centro storico sono legate anche alla presenza di un substrato sociale formato da persone spesso senza fissa dimora e soggetti vari che vi gravitano per lo svolgimento di attività illecite”. L’inosservanza della disposizione prevista comporta una sanzione da 100 a 500 euro. Nel 2018 il Comune ha vietato anche l’apertura di attività commerciali non europee, considerata la necessità di “dirigere le attività (…) verso linee contraddistinte da un alto grado di qualità e comunque in grado di rappresentare un nuovo polo di attrazione anche tematico nei confronti dei cittadini genovesi e dei flussi turistici”. Nel centro storico è consentita esclusivamente l’apertura di ristoranti “di cucina tradizionale italiana e/o europea”, mentre è vietata l’apertura di numerosi esercizi commerciali (attività di macelleria e polleria che prevedono la vendita di prodotti non di origine italiana; phone center, internet point – money transfer; attività di carrozzerie e gommista ecc.). È prevista una multa per chi rovisti nei cassonetti della spazzatura e la schedatura per chi fa l’elemosina. Nel 2017 sono stati collocati lungo le strade principali dei cubi antiterrorismo in granito, su cui sono stati impressi il logo “Genova more than this” e una stilizzazione dei palazzi di via Garibaldi (Patrimonio dell’Umanità Unesco). Le poche panchine che ci sono ancora, hanno una forma circolare che non consente alcuna forma di socialità.

Torino
Il turismo non comporta problemi rispetto alla fruizione dello spazio pubblico, ma c’è una richiesta diffusa da parte dei residenti del centro storico di avere un maggiore decoro e più forze di polizia per il pattugliamento delle strade.

Napoli
Sul tema decoro e sicurezza, la situazione di Napoli appare meno preoccupante rispetto alle altre città. Non esistono delibere comunali coercitive relativamente al decoro urbano. È preoccupante, invece, la privatizzazione dello spazio pubblico – a causa dell’occupazione di dehors di bar e ristoranti – che dal 2015 avviene in tempi rapidissimi e in zone ormai molto estese (Decumani, Quartieri Spagnoli, corso Umberto, via Chiaia ecc.). La deregolamentazione delle licenze commerciali determina un numero sempre crescente di bar e attività commerciali, che occupano il suolo pubblico senza alcun controllo da parte delle istituzioni. L’assenza quasi totale di panchine rende sempre più difficile la sosta negli spazi pubblici (se non consumando a pagamento negli esercizi commerciali preposti). La mancanza di aree verdi e spazi dedicati all’infanzia nel centro storico non fa che acuire il problema della sottrazione di spazio pubblico. Sul tema della sicurezza, le fioriere antisfondamento sono proliferate in tutta la loro bruttezza soprattutto nelle zone presidiate dai militari nell’ambito dell’Operazione “Strade sicure” (via Toledo, via Partenope, via Chiaia, piazza San Domenico, piazza del Gesù), che coincidono con le zone interessate dai flussi turistici e sembrano voler alimentare l’idea di una città sorvegliata e sicura. La totale deregolamentazione della movida notturna provoca forti tensioni tra residenti e gestori di bar e locali notturni. L’amministrazione non ha mai regolato il fenomeno (salvo alcune ordinanze mal applicate). L’ingresso quotidiano di decine di pullman turistici che sostano nel cuore del centro storico, aggrava ulteriormente il problema del traffico automobilistico che rappresenta da sempre una piaga per la città.  L’inefficienza del trasporto pubblico costringe i cittadini ad usufruire degli Alibus per gli spostamenti dall’aeroporto al centro cittadino, nonostante il servizio sia privato e rivolto prevalentemente ai turisti.

Proposte

  • – intessere una rete tra le città italiane per dare maggior forza alle rivendicazioni;
  • – ritornare alla pianificazione urbanistica delle città;
  • – smontare la narrativa egemone sul decoro e sul degrado;
  • – creare insieme al Comune una consulta della cittadinanza attiva che abbia regole chiare e trasparenti e che garantisca una partecipazione effettiva e non puramente nominale;
  • – esigere dalle amministrazioni locali la tutela dello spazio pubblico difendendolo dalle privatizzazioni;
  • – esigere il controllo delle licenze per la concessione di spazio pubblico da parte delle istituzioni;
  • – ottenere che i bar e i ristoranti espongano all’ingresso l’autorizzazione per l’occupazione di suolo pubblico e/o il certificato di insonorizzazione dei locali;
  • – istituire uno sportello al Comune sullo spazio pubblico dove i cittadini possano fare segnalazioni, richieste e denunce;
  • – fare in modo che il Comune possa esercitare un controllo sulle infrastrutture (porti e aereoporti operano indipendentemente dal governo della città);
  • – esigere che le amministrazioni garantiscano servizi e trasporti per gli abitanti;
  • – restituire alla Cassa depositi e prestiti una funzione pubblica;
  • – rivendicare il ruolo delle città solidali, non in chiave meramente oppositiva, ma sempre propositiva.

Lavoro & commercio

Rete SET – Incontro nazionale di Napoli
REPORT TAVOLO 2

Partecipazione al tavolo variegata: lavoratori nel settore della ristorazione, attivisti, ricercatrici, guide turistiche, professori, associazioni.
Città rappresentate: Napoli, Rimini, Bologna, Bari, Genova e Roma.
Data la traccia del foglio di lavoro, il tavolo costruisce la discussione principalmente intorno a tre temi: due domande, e una parte propositiva:
Economia del territorio, con un focus sul tessuto commerciale e produttivo
Che tipo di attività si aprono/si chiudono/rimangono nelle zone più interessate dai processi di turistificazione? Chi sono gli attori?
Condizioni di lavoro
Come si configurano qualità e quantità del lavoro delle diverse attività che popolano lo scenario turistico?
Strumenti di difesa
Quali sono le possibili proposte, strategie, tracce di lavoro, idee per l’implementazione di modelli alternativi virtuosi?
Dal dibattito emergono forti le specificità geografiche e strutturali dei contesti urbani, che presentano diversi stadi, consapevolezze, avanzamento delle riflessioni nonché gradi di intensità delle problematiche e delle dinamiche espressione di overtourism. Difficoltà nell’elaborazione di discorsi e proposte omogenei.

Rimini. La città vive una fase di destagionalizzazione del turismo, con alberghi e case vacanze aperti tutto l’anno. La presenza delle seconde case ha innescato un aumento degli affitti. Il centro la proposta commerciale viene dalle catene di franchising, negozi del made in italy (vestiario, pelletteria) categorie merceologiche a cui sono rivolti viaggi organizzati per shopping. i tentativi di gestione e regolazione commerciale hanno preso forma sotto forma di attacco alla componente dei lavoratori ambulanti, e ordinanze limitative verso le cosiddette bancarelle/bazar .
In generale, si riscontrano condizioni di lavoro para-schiavistiche soprattutto per il lavoro stagionale estivo, un’economia sporca caratterizzata da lavoro nero, contratti precari per gli addetti e le addette al settore.
Bologna. A partire dal 2006 con la liberalizzazione del commercio attraverso un decreto, si pone fine al controllo delle tabelle merceologiche. Dal 2002, il Leitmotiv è “il commercio non si può controllare”. La promozione della città e il suo vettore di sviluppo girano attorno al cibo e una serie di iniziative legate al food, di cui Eataly, partner strategico scelto dall’amministrazione PD per lanciare il progetto “Bologna City of Food”. Se il commercio è libero, questo va indirizzato. Il comune, le grandi catene quali COOP e Eataly e gli imprenditori food sono gli attori che se ne fanno carico. Bologna gastronomica piace perché vi si lega una stima di 30.000 nuovi posti di lavoro, nella maggior parte dei casi con contratti regolari che fanno sì che questo tipo di promozione monotematica della vocazione urbana si configuri come processo inattaccabile “perché dà lavoro!”. Quale uso dello spazio pubblico? Riflessione sull’effetto dell’enogastronomia sugli spazi, nell’utilizzo fisso, quali i dehors, oppure mobile, attraverso l’apertura di attività legate alla produzione e vendita di cibo di strada.
Napoli. Apertura in serie di tarallerie, friggitorie e negozi di souvenirs che stanno alterando il panorama commerciale e sociale in modo massiccio. Difficoltà commercio locale a riprodursi e persistere, chiusura attività negozianti e artigiani storici oppure trasformazione e adeguamento dell’esistente, difficoltà dei commercianti virtuosi (spese, gestione rifiuti, tasse) e degli abitanti. Nuove retoriche (turismo = benessere) e proposte di cibo fast e poco sano: slittamento dell’offerta focalizzata sulla nutrizione verso proposte solamente commestibili per cui la città va divenendo una tavola calda. Apertura di attività per ripulitura di denaro sporco, intreccio con la criminalità organizzata locale. Laissez-faire e pochi controlli, Gestione servizi neoliberista ma ruolo e compito positivo di alcuni commercianti che possono essere risorsa nell’istituzione di modelli più virtuosi.
Bari. Nel barese l’arrivo di visitatori e l’impatto del turismo riguarda maggiormente il contesto rurale rispetto a quello urbano e si assiste ad una grande trasformazione delle campagne e al cambiamento nelle modalità della sua fruizione. Rispetto alla loro originale funzione produttiva, se ne delinea ora una ricettiva: il numero di agriturismi aumenta, promosso da Regione Puglia attraverso iniziative di riconversione delle masserie. Si riscontra una perdita competenze e professioni storiche della campagna.
Genova. Città-corridoio crocieristico, fase post-industriale e lancio del turismo culturale, diffusione a tappeto di commerci mainstream e offerte di attività commerciali etniche, queste ultime ritenute attacchi al decoro pubblico a cui si sono legati tentativi di contenimento attraverso politiche anti-degrado.
Roma. Un dibattito critico sul turismo è grande assente perché fenomeno radicato da anni. Concentrazione intorno a punti nevralgici di interesse per la bolgia turistica, che di fatto ha reso inaccessibili alcune zone del centro agli abitanti. Nel settore delle guide turistiche, l’offerta è monopolizzata da tour operator trita-carne con sede (e capitali) all’estero che determinano i periodi di flusso e i luoghi da visitare. Le condizioni di lavoro sono legate alla partita IVA e vigono molta concorrenza e un severissimo, disumano controllo disciplinare delle guide attraverso le recensioni: si tratta di un modello operativo distruttivo che non offre tutele né relazione diretta alle lavoratrici e ai lavoratori del settore.

Scenario e punti critici:
1_Commercio
assenza dibattito pubblico
sostituzione o affiancamento della varietà del commercio artigianale-storico-locale con proposte monotematiche
apertura catene franchising di souvenirs, vestiario, cibo di strada
sradicamento delle filiere
nessuna pianificazione delle attività commerciali
mancata riflessione sul ruolo e condizioni proprietari piani terra
riconfigurazioni dei mercati di quartiere
assenza di politiche regolative limitative
ruolo delle criminalità organizzate e riciclo di denaro sporco
2_Lavoro
Assenza dibattito pubblico
Per alcune città e per alcune mansioni: Assenza di contratti di lavoro
Condizioni para-schiavistiche e precarietà diffuse
Assenza di forme di sindacalizzazione
Timore di fare vertenza verso i datori
Severe difficoltà di chi lavora con partita IVA
3_Proposte
Promuovere capillarmente iniziative di sensibilizzazione coinvolgendo altre città (ampliamento della rete)
Costruzioni di vertenze comuni
Decreti Unesco che limitino il numero possibile di commerci monotematici in specifiche aree (applicazione di misure pubbliche di controllo delle aperture commerciali / preservazione locali storici)
Patti tra gli enti
Ridiscussione delle direttive nazionali
Rilevare fondi da progetti alternativi ai modelli virtuosi attuali attraverso l’associazionismo
Coinvolgimento borsa Mediterraneo sul Turismo
Ragionare sugli spazi vuoti prima che vengano rilevati dalle catene in franchising
Avviare iniziative su scala internazionale per negoziare accesso ai dati dei grandi colossi del turismo
Valutare le possibilità offerte dai Commons
Rivalutare la distribuzione delle licenze (?)
intensificare la relazione tra commercianti, lavoratori e cittadinanza attiva
Trarre spunto da proposte alternative già esistenti come Migrantour

Turistificazione, il commento di SET NAPOLI al dossier di Federalberghi

Partiamo dalla fine. Il 25 settembre scorso il Sole 24 Ore pubblica l’articolo “Turismo: ecco quanto e dove cresce di più Airbnb in Italia: tutte le mappe” in cui si riporta in un’indagine curata da Federalberghi a partire dai dati – si legge nell’articolo – «estrapolati» dalla piattaforma. Le mappe interrogabili mostrano l’offerta alloggi Airbnb e possono essere filtrate per regione, provincia, città. Il materiale condiviso intende supportare, naturalmente, la battaglia che Federalberghi porta avanti da diverso tempo sulla concorrenza scorretta della ricezione turistica informale, cercando di restituire l’immagine geografico-spaziale del casa-vacanza-boom. Ma fin qui non vediamo cosa ci sia di nuovo. L’offerta Airbnb è stata già da diverso tempo pubblicata, aggiornata e commentata da piattaforme interrogabili (Inside Airbnb di Murray Cox in primis, grazie alla tecnica del data scraping permessa dal codice condiviso da Tom Slee), innumerevoli ricercatori (tra cui Antonello Romano e Stefano Picascia del LADEST – Laboratorio Dati Economici Storici Territoriali dell’Università di Siena), piattaforme di consulenza per host (come Airdna, sul quale troverete anche un sempre aggiornato trend statistico per città) e dagli stessi report strumentali di Airbnb. Se si guarda ad esempio alle mappe pubblicate nel report Airbnb-Italia della primavera 2016 (che vi riproponiamo di seguito), si scopre che queste ironicamente erano già fin da allora più comunicative, immediate e funzionali al messaggio che intende veicolare oggi Federalberghi.

43018773_1264802440329044_8991275800930025472_o

Questo perché all’indicatore della diffusione di Airbnb nelle città italiane, l’indagine della piattaforma confronta l’offerta alberghiera formale. In questo caso il messaggio che la mappatura intendeva supportare era che la cosiddetta economia collaborativa, nella retorica di Airbnb intesa come forma di organizzazione dal basso che ottimizza i consumi, stava dando vita ad una ben più estesa comunità di affettuosi e cosmopoliti viaggiatori, anziché ad una città mercificata dai colossi dell’industria turistica. Questione di punti di vista, insomma. D’altra parte le mappe sono strumenti affascinanti, che spesso raccontano ben più di quel che era nelle intenzioni del cartografo comunicare. Lo storico Mircea Eliade scriveva che “una mappa manipola sempre la realtà che cerca di mostrare” e si chiedeva: “in quale posizione immaginaria si pone il costruttore di mappe prima di iniziare a tracciare una mappa del mondo? La risposta a questa domanda dipende invariabilmente dalla sua visione del mondo”. Come SET-Napoli oggi vi proponiamo quindi la nostra visione, fondata su quella che è la nostra prospettiva e che apertamente vi dichiariamo: la questione delle locazioni turistiche in Italia è prima di ogni altra cosa un’emergenza sociale. Non ci piace assumere toni allarmistici e nel lavoro che proviamo a portare avanti sul territorio cerchiamo sempre d’essere positivi. Ma visto il ritardo di questi anni della stampa e delle istituzioni nell’inquadrare la questione in tutta la sua complessità, ci chiediamo quanto siano utili le rappresentazioni parziali e ridondanti del solo dato Airbnb e quanto sarebbe invece più efficace leggere l’impatto della locazione turistica incrociando l’informazione con altri dati di cui già ampiamente disponiamo. La sensazione è che il proliferare degli articoli degli ultimi mesi, a prescindere dall’approccio di volta in volta più sensibile agli aspetti fiscali, commerciali, normativi, innovativi, non stia di fatto aggiungendo nulla che non sapessimo già.

Eppure di aspetti da approfondire ce ne sarebbero un bel po’ per quanto riguarda il caso italiano. Lo stesso Sole 24 Ore il 12 luglio scorso pubblicava un articolo intitolato “Altro che Airbnb e Instagram: ecco quanti italiani abitano in case sovraffollate e malsane”, riportando i dati Eurostat sul disagio abitativo italiano, con indici di sovraffollamento nelle case allarmanti. Nell’articolo si legge: “insomma, lo spazio è poco e se è vero che negli ultimissimi anni, anche grazie o per colpa (a seconda delle prospettive) del modello Airbnb, è cresciuto il turismo nel nostro paese, non possiamo dimenticare che sta crescendo anche il numero delle famiglie che affrontano il problema del disagio abitativo, come dimostrano gli ultimi dati Istat: c’erano 25,81 milioni di famiglie nel 2014, 25,85 milioni nel 2015 e ce ne sono 25,93 milioni nel 2016. Famiglie che spesso non possono permettersi un’abitazione adeguata, nonostante la disponibilità di una dimora dignitosa, a un prezzo accettabile e in un ambiente sicuro sia un elemento fondamentale per attenuare la povertà e l’esclusione sociale”. Riportata così, sembra quasi si tratti di un accostamento di fenomeni (l’aumento delle case vacanza e l’aumento del disagio abitativo) che sciaguratamente per noi possiamo constatare proprio nello stesso arco di tempo, ma che ancora non sentiamo di poter collegare ufficialmente in un rapporto di causalità. Come se l’ulteriore inasprimento del mercato della casa in Italia, in particolar modo nelle città storiche, potesse essere spiegato in altro modo se non con quest’ultimo colpo inferto in continuità con i due decenni di trionfo del canone libero che ci troviamo a festeggiare quest’anno.

Dalla nostra prospettiva di residenti napoletani e di cittadini che si sono presi la briga in questi anni di monitorare l’aumento della ricettività turistica extra-alberghiera nella propria città, possiamo apertamente dichiarare che noi, almeno per quanto riguarda il caso napoletano, il collegamento tra i due fenomeni lo sottolineiamo quotidianamente e per due ordini di ragioni: la prima è che l’aumento esponenziale delle case vacanza a Napoli – dati alla mano – ha di fatto ridotto la disponibilità di case per i residenti (e non riscattato il patrimonio sottoutilizzato o addirittura non-utilizzato); la seconda è che i prezzi di locazione e di compravendita degli immobili destinanti alla ricezione turistica, anche lì dove non si è saturata l’offerta abitativa del quartiere, hanno causato un’alterazione rapidissima del mercato immobiliare facendo lievitare i prezzi al metro quadro. Questo scenario non è ipotetico, è tangibile. A guardare le mappe condivise da Federalberghi, tanto per evidenziarne alcuni limiti dovuti al mancato confronto con altri indicatori significativi, il caso napoletano non pare ancora da annoverare tra i più allarmanti. Ma a nostro modo di vedere lo è eccome. Il dato assoluto dell’offerta totale di alloggi Airbnb, di per sé, non ci aiuta a capire molto del reale impatto sulla vita urbana. Facciamo degli esempi. Il confronto tra alloggi Airbnb e hotel può dar vita per lo meno a due interpretazioni. La prima è quella funzionale alla retorica comunitaria di Airbnb sul turismo sostenibile e diffuso. La seconda quella funzionale a Federalberghi sulla concorrenza scorretta vista l’estensione territoriale e l’agevolato regime fiscale dell’attività informale. Ma ne abbiamo anche una terza, nella fattispecie la nostra, che tende a sottolineare come i primi alloggi Airbnb compaiano sempre nei quartieri che presentano già un’agglomerazione alberghiera numerosa, contribuendo al definitivo appiattimento sulla monocultura turistica dell’intera zona. Solo una volta saturata quella più vantaggiosa in termini di localizzazione (es. più vicina a punti di interesse turistico), l’offerta Airbnb si diffonde ai quartieri limitrofi. Una vera e propria ondata di turbovalorizzazione degli immobili, come abbiamo in più occasioni denunciato (ricordiamo l’incontro “Napolilandia: turismo e diritto all’abitare” organizzato da Magnammece o Pesone nella sede del Consiglio Comunale di Napoli il 23 novembre 2017, durante il quale abbiamo presentato i nostri dati e le nostre considerazioni).

Oltre a noi, a collegare apertamente i due fenomeni ci sono gli immobiliaristi. Il 15 giugno scorso nella sede di Napoli di Confesercenti Campania, si è tenuto l’incontro: “La rigenerazione dei mercati. dall’immobiliare al creditizio nuovi trend e aspetti socio-demografici”. In quella occasione, presentando lo studio Tecnocasa sul mercato immobiliare di Campania e provincia, il manager del Gruppo immobiliare Davide Agretti, ha dichiarato: «L’aumento del valore della compravendita è un dato importante che ci conforta e che, soprattutto, conferma che il mercato immobiliare campano – che si sviluppa per la maggior parte a Napoli e provincia – è in ripresa, come dimostra il trend degli ultimi due anni. Andando nello specifico, paradossalmente le zone più quotate hanno avuto un calo minore rispetto alle zone popolari. Inoltre oggi si preferisce investire in immobili già ristrutturati o con pochi lavori da fare piuttosto che spendere meno soldi in immobili tuttavia da rifare completamente». Secondo il rapporto, Napoli è la città italiana dove il tasso delle compravendite ad uso investimento è cresciuto maggiormente. Del 41, 4% in quattro anni. Una crescita condensata nel centro storico. Il report parla chiaro: gli acquisti nelle zone centrali della città sono il 68,5%, delle compravendite, attuate con l’obiettivo di crearne, appunto, b&b e case vacanze. Per visualizzare più facilmente i dati, si pensi che nella piccola ma centrale via Atri attualmente si contano 22 appartamenti offerti online, con 5 proposte concentrate all’interno dello stesso palazzo e qualche basso. In altre parole, la ripresa del mercato immobiliare napoletano si sta giocando su immobili del centro storico già abitabili.

Nell’estate 2016 Alice Pilia Drago intitolava un suo intervento per il Fatto Quotidiano “Airbnb: se la sharing economy distorce il mercato immobiliare”. Possibile che due anni dopo non sia stata ancora data una risposta non contraddittoria sul reale impatto della locazione breve alla Airbnb e simili sull’abitare (inteso in senso lato come possibilità di accesso alla casa e accessibilità dei quartieri interessati dal fenomeno)?

Per provare a capire in che direzione sta andando la turistificazione nella nostra città, vi proponiamo quindi alcune delle nostre mappe dalle quali si evincono le peculiarità del caso napoletano. L’offerta Airbnb a Napoli si sta concentrando lì dove il tessuto sociale è più fragile secondo le indagini Istat del rapporto 2017 (“Commissione parlamentare di inchiesta sulle condizioni di sicurezza e sullo stato di degrado delle città e delle loro periferie”). Allenate il vostro sguardo ad andare oltre il folclore e l’esotizzazione dei quartieri popolari, e traete le vostre conclusioni sugli scenari possibili. Se ci vedete solo un confronto positivo tra viaggiatori illuminati e popolazione locale in difficoltà, buon per voi e per il vostro ottimismo.

3333o
Per maggiori informazioni sull’indicatore ISTAT: “Commissione parlamentare di inchiesta 2017 sulle condizioni di sicurezza e sullo stato di degrado delle città e delle loro periferi” – Cartogrammi del Comune di Napoli. Roma, 31 maggio 2017.

 

2220_o
Per maggiori informazioni sull’indicatore ISTAT: “Commissione parlamentare di inchiesta 2017 sulle condizioni di sicurezza e sullo stato di degrado delle città e delle loro periferi” – Cartogrammi del Comune di Napoli. Roma, 31 maggio 2017.
ARTICOLI CITATI
Infodata Sole 24 Ore “Turismo: ecco quanto e dove cresce di più Airbnb in Italia: tutte le mappe”: https://www.infodata.ilsole24ore.com/2018/09/25/turismo-quanto-cresce-piu-airbnb-italia-tutte-le-mappe/
Cristina Da Rold “Altro che Airbnb e Instagram: ecco quanti italiani abitano in case sovraffollate e malsane”: https://www.infodata.ilsole24ore.com/2018/07/15/altro-airbnb-gli-italiani-abitano-case-sovraffollate-malsane/
Alice Pilia Drago “Airbnb: se la sharing economy distorce il mercato immobiliare”: https://www.ilfattoquotidiano.it/2016/08/06/airbnb-se-la-sharing-economy-distorce-il-mercato-immobiliare/2957613/

Piattaforme, locazioni brevi e questione casa

Rete SET – Incontro nazionale di Napoli
REPORT TAVOLO 1

Sintesi della discussione: SCENARI IN OGNI CITTÀ
Venezia: gli attori della locazione turistica sono per lo più grandi agenzie intermediarie. Polarizzazione redditi: il 5 % degli host detengono 1/3 degli introiti dell’offerta, 7028 annunci. Il comune non richiede la tassa di soggiorno alla piattaforma. Il fenomeno è localizzato nella città d’acqua e adesso si sta estendendo alla terraferma. La tipologia principale è la casa vacanza (intero appartamento).
Bergamo:l’offerta si concentra tra le mura veneziane di Bergamo Alta – con le dovute differenze quantitative (ca. 130 alloggi ma nel solo borgo) – il fenomeno è analogo a quanto accaduto a Venezia (spopolamento e ingresso predatorio del turismo). Negli anni ’70 si iniziò a spingere sull’attrattiva turistica, ma ad oggi l’Associazione per Città Alta e i Colli di Bergamo lancia l’allerta sul rischio parco tematico visto l’incremento del 20% di visite tra 2016 e 2017.
Rimini: il turismo è qui naturalmente stagionale. La città è divisa dalla ferrovia tra costa e quartieri interni. La prima vive uno spopolamento invernale, periodo durante il quale i residence affittano a poco prezzo ad abitanti e migranti per poi sfrattarli prima dell’estate. Da maggio la produzione dello spazio turistico sulla costa torna ad essere un motore di valorizzazione delle locazioni con relativo aumento del costo della vita.
Bologna: la locazione turistica colpisce il cuore della città universitaria convertendola in turistica. L’emergenza abitativa è per questo vissuta in particolar modo dagli studenti costretti ad allontanarsi dal centro. Il fenomeno al momento va estendendosi anche alla prima periferia, nel quartiere della bolognina, ed è di rilevanza tale da scoraggiare le nuove iscrizioni universitarie.
Firenze: tra le prime a rifunzionalizzare il centro storico con spinte top-down verso la rigenerazione turistica. Ancora prima di Airbnb, la svendita del patrimonio e l’allontanamento dei residenti miravano a consolidare una dichiarata “vocazione turistica” che oggi si accompagna ad ordinanze restrittive di vario genere per il centro e al totale disinteresse per qualsiasi forma di regolamentazione dell’affittanza turistica, con forme ibride di ricettività quali gli Student Hotel che si rivelano alberghi di lusso e contribuiscono all’aumento del costo della vita.
Napoli: la crescita media dell’offerta di alloggi sulla piattaforma attuale è del 65% all’anno, circa 8000 alloggi localizzati nell’area Unesco, (centro storico allargato, 10km2). Il boom è iniziato nel 2016 interessando i quartieri ad alta fragilità sociale, con costo medio degli appartamenti più basso (quindi con profittabili condizioni di rent-gap). Attualmente la densità di alloggi turistici si avvicina a quella veneziana. Gli attori del processo sono ad oggi per lo più investitori locali, con una forte tendenza alla concentrazione della proprietà, ma nel 2018 investitori esteri e agenzie hanno iniziato ad interessarsi alle compravendite del centro storico (che ora cresce per numero di transazioni più del Vomero e di Posillipo). La fatiscenza e le numerose superfetazioni abusive del tessuto edilizio del centro antico, favoriscono da un lato la trasformazione in affittanza turistica informale (in assenza di abitabilità, di contratti registrati, ecc.), dall’altro il riciclaggio di denaro da parte della camorra, grazie alla compravendita cash di immobili lungo i decumani.
Barcellona: vista la conclamata condizione di overtourism, per affrontare l’emergenza abitativa e non solo, si parla qui di decrescita del flusso piuttosto che di turismo sostenibile. La finanziarizzazione immobiliare e il ruolo delle banche come attori diretti del mercato immobiliare sono i più violenti motori della locazione turistica. La piattaforma “Barcellona no esta en venta”, il piano PEUAT (Plan Especial Urbanístico de Alojamiento Turístico) con l’individuazione della zona rossa, il sindacato degli inquilini, sono alcune delle realtà e degli strumenti con i quali si cerca di far fronte allo scenario attuale, che si presenta però già troppo avanzato rispetto ai rimedi messi in campo. La tassa turistica viene riscossa dal comune, ma pochi sono gli ispettori sul campo per il controllo delle affittanze e la proprietà immobiliare è già molto accentrata.

PUNTI CRITICI

Gli interi appartamenti sono l’offerta principale e sono immobili definitivamente sottratti al mercato dei residenti che quasi mai ritornano alla destinazione ordinaria. In questo modo si riduce l’offerta abitativa e si aumenta il costo di quella residua.
La storicizzata assenza di politiche abitative di contrasto all’emergenza casa fa da humus ideale per la speculazione turistica attuale sulla casa. La necessità di un piano casa nazionale che tenga conto di questo nuovo fenomeno e della turbovalorizzazione trainata dalle piattaforme è sempre più evidente ed urgente.
L’atteggiamento pro sviluppo turistico comune e generalizzato di tutte le istituzioni, locali e nazionali, è il primo ostacolo incontrato dalla cittadinanza. La promozione del turismo come unico fattore di sviluppo economico fa sì che l’attore istituzionale lavori in sinergia con lobby, agenzie e fondi immobiliari internazionali, multi proprietari locali, passando per il Demanio e Cassa Depositi e Prestiti, spingendo per la valorizzazione del patrimonio della città consolidata e per la conversione turistica del patrimonio pubblico.
Le attuali misure fiscali sono spesso un’arma a doppio taglio. Diventando una fonte di reddito per le amministrazioni (molte della quali in dissesto finanziario) e il Comune rientra tra gli attori che guadagnano dalla trasformazione turistica degli alloggi. Nessun Comune ad oggi ha destinato questi introiti a politiche calmieratrici del mercato immobiliare.
Il funzionamento delle piattaforme bypassa del tutto gli strumenti urbanistici scavalcando la pianificazione.
La locazione ordinaria a contratto di un anno (contratto di locazione transitorio) deve essere motivata e poi rinnovata necessariamente a 4 più 4. La creazione di un account Airbnb per la locazione breve turistica ad oggi in Italia non prevede un chiaro riscontro a monte con la normativa vigente per le locazioni brevi (vd. tentativo codice Regione Lombardia e Regione Veneto) e continua a godere di vantaggi dovuti alla maggiore profittabilità del mercato non regolamentato.

PROPOSTE DA VALUTARE E STRUMENTI ESISTENTI ALTROVE

  • Misure di argine in attesa di regolamentazione quadro di lungo periodo:
  • Blocco degli sfratti motivati da rifunzionalizzazione turistica degli alloggi.
  • Tassa turistica di soggiorno (o altra forma di contributo fiscale proveniente dalla locazione turistica) vincolata al reinvestimento nelle politiche abitative.
  • Organizzazione di assemblee territoriali (commissioni di quartiere) con consulenti tecnico legali, sindacato degli inquilini, campagna per il diritto alla casa in rete con altri comuni.
  • Misure di lungo periodo:
  • Sgravi fiscali e finanziamenti per il recupero degli immobili in edifici senza case vacanza.
  • Patrimonio immobiliare pubblico utilizzato per politiche abitative e non alienabile.
  • Sblocco delle risorse del Piano Casa inutilizzate e destinate al social housing.
  • Limiti interni ai condominii per l’offerta degli interi appartamenti turistici.
  • Piano di Tutela Nazionale sulla funzione sociale della casa.
  • Possibile regolamentazione fiscale differenziata su tre categorie di host per non criminalizzare chi lo fa come forma di integrazione al reddito:
    – Singoli (1 stanza o un appartamento)
    – Multipli (fino a 4)
    – Professionisti (4 in su da non permettere)
  • Blocco temporale da piattaforma per gli interi appartamenti con limite di inserzione per host (non più di un annuncio per lo stesso appartamento geolocalizzato in mappa).
  • Caricamento da piattaforma del codice di certifica del cambiamento di destinazione d’uso (da residenziale a commerciale).
  • Approccio generale:
  • Non pensare alla città in termini di zonizzazione e di misure di salvaguardia di un’eventuale zona rossa.
  • Mirare al diritto alla casa, all’abitare, all’abitare la città, non alla tutela del centro storico (smarcarsi da questioni identitarie e retorica dell’autentico).
  • Recupero del dibattito sull’equo canone e rivendicazione chiara della funzione sociale della casa: non è un bene di consumo e non può essere un albergo.