Narrazione e industria turistica

Rete SET – Incontro nazionale di Napoli
REPORT TAVOLO 4

Sebbene la presenza turistica, il turismo, siano argomento di ordinaria attualità, siamo talmente avvolti in questo nuovo petrolio nazionale da non metterne quasi mai in discussione la natura appiccicosa ed alcune evidenti ricadute negative. Oggi l’industria turistica sembra essere infatti l’unica vocazione del nostro paese, l’unico (o quanto meno il principale) modello di sviluppo possibile ed auspicabile. Ma questo modo di proiettarsi verso una monoeconomia, abbracciare una monocoltura, non rappresenta forse, in sé, una fragilità? Un paese dedito alla rivendita di gadget, alla monetizzazione di ogni spazio, non perde forse parti della sua biodiversità culturale e sociale?

Il turismo attiene a ciò che in quest’epoca riteniamo desiderabile. E tutto ciò che desideriamo, lo sappiamo, è anche il prodotto di catene d’immaginario, di pubblicità commerciali, è una costruzione sociale a tutti gli effetti, fatta anche di bisogni indotti. E così, pensando alle nostre città come prodotti commerciali una domanda non pare irragionevole: le nostre mete sono state e saranno per sempre desiderabili? Lo saranno anche se le principali strade di ogni luogo troppo visitato iniziano ad assomigliarsi terribilmente? Quando ci troviamo in vie modulari, tra catene dello street food e negozi di paccottiglia in franchising, stiamo ancora attraversando luoghi diversi, o si tratta di semplici puntate di uno stesso format? É evidente che questi sfondi ripetitivi, che involontariamente contribuiamo a costruire per mezzo dei consumi stereotipati del nostro stesso turismo, impoveriscono terribilmente le specificità di queste città turistificate.

Le città nascono intorno ad una piazza, dove convivono e si incrociano i bambini che corrono, la gente che lavora e i vecchi che leggono il giornale. Questi luoghi della quotidianità possono però tramontare quando dei tavolini con ombrelloni marchiati li rendono semplici spazi dove sedersi per consumare. Ed è proprio in questo divenire solo luoghi di consumi stereotipati che ci deve far riflettere sulla quantità di turismo che un tessuto urbano può recepire senza spodestare altre fruizioni della città, perché la quantità di turismo può tradursi ad un certo punto in trasformazione qualitativa dello spazio urbano, portando ad un soffocamento delle altre forme di presenza e diritto alla città.

Questo fenomeno, rilevante in tutto l’occidente e non solo, notoriamente si chiama overturism. L’overturism non nasce da sé, è veicolato da piattaforme, viene spinto da campagne pubblicitarie, sorretto da interessi che tendono a diventare oligopolistici fino a farsi nuova politica dei territori.
I processi di turistificazione si nutrono dei centri cittadini per poi espandersi verso i quartieri periferici, commercializzando incessantemente la possibilità di fare esperienze autentiche ed uniche, proposte sotto lo slogan “live like a local”. La città in questo modo si trasforma progressivamente fino a diventare uno scenario, pensato più per le esigenze del turista che per quelle degli abitanti. Lo stesso portale digitale Airbnb ha recentemente annunciato che le esperienze fuori dai flussi turistici massificati diventeranno presto il business principale della piattaforma: già oggi dormire in un basso napoletano, in una grotta di Matera o pagaiare in Canal Grande a Venezia, sono esperienze che trasformano profondamente il senso e la percezione sociale di questi luoghi.

Alcune città, come Venezia o Firenze, sono già oggi ampiamente irriconoscibili. In queste città soffocate dal turismo i residenti ormai usufruiscono di servizi e comprano in negozi pensati prevalentemente per i consumi dei turisti, mentre fino a qualche tempo fa accadeva il contrario. Oggi le economie delle città turistificate sono organizzate a misura del visitatore: scompaiono i negozi di vicinato per gli abitanti e le trattorie a prezzi popolari, mentre proliferano i locali del food fatto in serie e i negozi di gadget e souvenir. Ovviamente non in tutto il paese l’omologazione ha raggiunto questi livelli, ma quello turistico è decisamente, oltre le apparenze, un modello industriale, non artigianale. L’economia a cui dà respiro si impone grazie ad immensi capitali finanziari. Quella turistica è un’industria transnazionale che ha un tasso di crescita del 6% a livello mondiale e del 13% a livello nazionale, su cui puntano attori internazionali dall’immenso potere contrattuale e lobbistico. L’affermazione di questo modello nei territori ha perciò sempre caratteristiche molto simili; una industria policentrica che si afferma, a fasi, su ogni luogo che abbia un potenziale mercificabile. Gli usi preesistenti del territorio, ovvero quelli degli abitanti che fruiscono dello spazio pubblico per le proprie ordinarie attività, per giocare, per oziare, divengono improvvisamente devianti ed in quanto tali rifiutati e repressi – o, peggio ancora, ricostruiti in forma caricaturale. Lo spazio domestico dilatato, che ci fa percepire la città come parte del sé, si frange, e la città diviene progressivamente estranea, una scenografia e non più un corpo vivo.

Una città non è solo un ammasso di strade ed edifici, ma è composta da un corpo architettonico e da un’anima civica. Quando la prima si mantiene nel tempo ma la seconda si affievolisce perché i suoi abitanti ne sono cacciati, allora la città stessa diviene banale, quasi fosse la riproduzione o il supermarket di sé stessa. Questa trasformazione della città ne impedisce oggettivamente il diritto di fruizione agli autoctoni e agli stessi visitatori. Inizialmente questa trasformazione economica si nutre di grandi eventi pensati per promuovere il territorio, eventi in cui i luoghi svolgono solo il ruolo di quinte di un palcoscenico. Successivamente si punta alla logistica, con finanziamenti pubblici a compagnie low cost e provvedimenti di liberalizzazione delle locazioni turistiche che minacciano il diritto all’abitare, riconvertendo ampie porzioni del patrimonio immobiliare a funzioni ricettive e facendo impennare i prezzi degli affitti. Nello stesso tempo la turistificazione si nutre anche di quei vuoti urbani lasciati in eredità dal precedente modello di sviluppo, come quello di fabbrica, riqualificando gli spazi industriali abbandonati a fini ricettivi o ricreativi e accelerando così i processi di accumulazione e speculazione immobiliare. Tutte queste azioni, supportate da un immaginario smart, vengono sempre presentate come prive di ricadute sociali e raccontate come grandi occasioni di sviluppo, ma ad arricchirsi sono in pochi e ad impoverirsi è la collettività, sempre più espropriata della propria città per far posto all’industria turistica.

Ma cosa possiamo fare? Ci viene ripetuto pedissequamente il mantra che questo è il nuovo petrolio d’Italia e che non ci sono alternative. In fondo ci veniva detto così anche per le miniere nell’ottocento e per le industrie pesanti nel novecento… abbiamo visto che destino hanno avuto. Ma siamo così convinti, ora che le ricadute sociali iniziano ad essere sotto gli occhi di tutti, che anche questa nuova industria pesante, che ha la città come prodotto e mezzo di produzione al tempo stesso, non sia piuttosto la nuova bolla del XXI secolo?  Siamo davvero così dentro a questo modo di produzione da non riuscire ad immaginare un futuro economico diverso per il nostro paese, che non condanni interi territori allo strapotere della rendita e alla monocoltura turistica?

Va perciò fatta inizialmente pulizia, va praticata una decolonizzazione dell’immaginario. Il turismo, al suo apice, già oggi produce città vuote, stereotipate ed irriconoscibili, estrae valore dalla mercificazione dello spazio pubblico con il beneplacito delle amministrazioni locali, tende a processi di concentrazione proprietaria che portano all’espulsione dal mercato dei piccoli arrotondatori del turismo e della forza lavoro qualificata, favorendo solo chi gestisce forme di ricettività riunificata, come gli intermediari immobiliari ed i grossi gruppi finanziari specializzati (come dimostrato da recenti ricerche dell’università di Siena). Siamo quindi convinti che vada data una lettura sistemica dello sviluppo dell’industria turistica, che ne vadano narrate le fasi che implacabilmente portano alla concentrazione della ricchezza in poche mani, per poter fare in modo che le azioni puntuali dirette alla difesa dei nostri territori possano assumere un senso più ampio, vale a dire quello della difesa del diritto alla città per tutti, e non solo per chi se la può permettere.

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