Turistificazione, il commento di SET NAPOLI al dossier di Federalberghi

Partiamo dalla fine. Il 25 settembre scorso il Sole 24 Ore pubblica l’articolo “Turismo: ecco quanto e dove cresce di più Airbnb in Italia: tutte le mappe” in cui si riporta in un’indagine curata da Federalberghi a partire dai dati – si legge nell’articolo – «estrapolati» dalla piattaforma. Le mappe interrogabili mostrano l’offerta alloggi Airbnb e possono essere filtrate per regione, provincia, città. Il materiale condiviso intende supportare, naturalmente, la battaglia che Federalberghi porta avanti da diverso tempo sulla concorrenza scorretta della ricezione turistica informale, cercando di restituire l’immagine geografico-spaziale del casa-vacanza-boom. Ma fin qui non vediamo cosa ci sia di nuovo. L’offerta Airbnb è stata già da diverso tempo pubblicata, aggiornata e commentata da piattaforme interrogabili (Inside Airbnb di Murray Cox in primis, grazie alla tecnica del data scraping permessa dal codice condiviso da Tom Slee), innumerevoli ricercatori (tra cui Antonello Romano e Stefano Picascia del LADEST – Laboratorio Dati Economici Storici Territoriali dell’Università di Siena), piattaforme di consulenza per host (come Airdna, sul quale troverete anche un sempre aggiornato trend statistico per città) e dagli stessi report strumentali di Airbnb. Se si guarda ad esempio alle mappe pubblicate nel report Airbnb-Italia della primavera 2016 (che vi riproponiamo di seguito), si scopre che queste ironicamente erano già fin da allora più comunicative, immediate e funzionali al messaggio che intende veicolare oggi Federalberghi.

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Questo perché all’indicatore della diffusione di Airbnb nelle città italiane, l’indagine della piattaforma confronta l’offerta alberghiera formale. In questo caso il messaggio che la mappatura intendeva supportare era che la cosiddetta economia collaborativa, nella retorica di Airbnb intesa come forma di organizzazione dal basso che ottimizza i consumi, stava dando vita ad una ben più estesa comunità di affettuosi e cosmopoliti viaggiatori, anziché ad una città mercificata dai colossi dell’industria turistica. Questione di punti di vista, insomma. D’altra parte le mappe sono strumenti affascinanti, che spesso raccontano ben più di quel che era nelle intenzioni del cartografo comunicare. Lo storico Mircea Eliade scriveva che “una mappa manipola sempre la realtà che cerca di mostrare” e si chiedeva: “in quale posizione immaginaria si pone il costruttore di mappe prima di iniziare a tracciare una mappa del mondo? La risposta a questa domanda dipende invariabilmente dalla sua visione del mondo”. Come SET-Napoli oggi vi proponiamo quindi la nostra visione, fondata su quella che è la nostra prospettiva e che apertamente vi dichiariamo: la questione delle locazioni turistiche in Italia è prima di ogni altra cosa un’emergenza sociale. Non ci piace assumere toni allarmistici e nel lavoro che proviamo a portare avanti sul territorio cerchiamo sempre d’essere positivi. Ma visto il ritardo di questi anni della stampa e delle istituzioni nell’inquadrare la questione in tutta la sua complessità, ci chiediamo quanto siano utili le rappresentazioni parziali e ridondanti del solo dato Airbnb e quanto sarebbe invece più efficace leggere l’impatto della locazione turistica incrociando l’informazione con altri dati di cui già ampiamente disponiamo. La sensazione è che il proliferare degli articoli degli ultimi mesi, a prescindere dall’approccio di volta in volta più sensibile agli aspetti fiscali, commerciali, normativi, innovativi, non stia di fatto aggiungendo nulla che non sapessimo già.

Eppure di aspetti da approfondire ce ne sarebbero un bel po’ per quanto riguarda il caso italiano. Lo stesso Sole 24 Ore il 12 luglio scorso pubblicava un articolo intitolato “Altro che Airbnb e Instagram: ecco quanti italiani abitano in case sovraffollate e malsane”, riportando i dati Eurostat sul disagio abitativo italiano, con indici di sovraffollamento nelle case allarmanti. Nell’articolo si legge: “insomma, lo spazio è poco e se è vero che negli ultimissimi anni, anche grazie o per colpa (a seconda delle prospettive) del modello Airbnb, è cresciuto il turismo nel nostro paese, non possiamo dimenticare che sta crescendo anche il numero delle famiglie che affrontano il problema del disagio abitativo, come dimostrano gli ultimi dati Istat: c’erano 25,81 milioni di famiglie nel 2014, 25,85 milioni nel 2015 e ce ne sono 25,93 milioni nel 2016. Famiglie che spesso non possono permettersi un’abitazione adeguata, nonostante la disponibilità di una dimora dignitosa, a un prezzo accettabile e in un ambiente sicuro sia un elemento fondamentale per attenuare la povertà e l’esclusione sociale”. Riportata così, sembra quasi si tratti di un accostamento di fenomeni (l’aumento delle case vacanza e l’aumento del disagio abitativo) che sciaguratamente per noi possiamo constatare proprio nello stesso arco di tempo, ma che ancora non sentiamo di poter collegare ufficialmente in un rapporto di causalità. Come se l’ulteriore inasprimento del mercato della casa in Italia, in particolar modo nelle città storiche, potesse essere spiegato in altro modo se non con quest’ultimo colpo inferto in continuità con i due decenni di trionfo del canone libero che ci troviamo a festeggiare quest’anno.

Dalla nostra prospettiva di residenti napoletani e di cittadini che si sono presi la briga in questi anni di monitorare l’aumento della ricettività turistica extra-alberghiera nella propria città, possiamo apertamente dichiarare che noi, almeno per quanto riguarda il caso napoletano, il collegamento tra i due fenomeni lo sottolineiamo quotidianamente e per due ordini di ragioni: la prima è che l’aumento esponenziale delle case vacanza a Napoli – dati alla mano – ha di fatto ridotto la disponibilità di case per i residenti (e non riscattato il patrimonio sottoutilizzato o addirittura non-utilizzato); la seconda è che i prezzi di locazione e di compravendita degli immobili destinanti alla ricezione turistica, anche lì dove non si è saturata l’offerta abitativa del quartiere, hanno causato un’alterazione rapidissima del mercato immobiliare facendo lievitare i prezzi al metro quadro. Questo scenario non è ipotetico, è tangibile. A guardare le mappe condivise da Federalberghi, tanto per evidenziarne alcuni limiti dovuti al mancato confronto con altri indicatori significativi, il caso napoletano non pare ancora da annoverare tra i più allarmanti. Ma a nostro modo di vedere lo è eccome. Il dato assoluto dell’offerta totale di alloggi Airbnb, di per sé, non ci aiuta a capire molto del reale impatto sulla vita urbana. Facciamo degli esempi. Il confronto tra alloggi Airbnb e hotel può dar vita per lo meno a due interpretazioni. La prima è quella funzionale alla retorica comunitaria di Airbnb sul turismo sostenibile e diffuso. La seconda quella funzionale a Federalberghi sulla concorrenza scorretta vista l’estensione territoriale e l’agevolato regime fiscale dell’attività informale. Ma ne abbiamo anche una terza, nella fattispecie la nostra, che tende a sottolineare come i primi alloggi Airbnb compaiano sempre nei quartieri che presentano già un’agglomerazione alberghiera numerosa, contribuendo al definitivo appiattimento sulla monocultura turistica dell’intera zona. Solo una volta saturata quella più vantaggiosa in termini di localizzazione (es. più vicina a punti di interesse turistico), l’offerta Airbnb si diffonde ai quartieri limitrofi. Una vera e propria ondata di turbovalorizzazione degli immobili, come abbiamo in più occasioni denunciato (ricordiamo l’incontro “Napolilandia: turismo e diritto all’abitare” organizzato da Magnammece o Pesone nella sede del Consiglio Comunale di Napoli il 23 novembre 2017, durante il quale abbiamo presentato i nostri dati e le nostre considerazioni).

Oltre a noi, a collegare apertamente i due fenomeni ci sono gli immobiliaristi. Il 15 giugno scorso nella sede di Napoli di Confesercenti Campania, si è tenuto l’incontro: “La rigenerazione dei mercati. dall’immobiliare al creditizio nuovi trend e aspetti socio-demografici”. In quella occasione, presentando lo studio Tecnocasa sul mercato immobiliare di Campania e provincia, il manager del Gruppo immobiliare Davide Agretti, ha dichiarato: «L’aumento del valore della compravendita è un dato importante che ci conforta e che, soprattutto, conferma che il mercato immobiliare campano – che si sviluppa per la maggior parte a Napoli e provincia – è in ripresa, come dimostra il trend degli ultimi due anni. Andando nello specifico, paradossalmente le zone più quotate hanno avuto un calo minore rispetto alle zone popolari. Inoltre oggi si preferisce investire in immobili già ristrutturati o con pochi lavori da fare piuttosto che spendere meno soldi in immobili tuttavia da rifare completamente». Secondo il rapporto, Napoli è la città italiana dove il tasso delle compravendite ad uso investimento è cresciuto maggiormente. Del 41, 4% in quattro anni. Una crescita condensata nel centro storico. Il report parla chiaro: gli acquisti nelle zone centrali della città sono il 68,5%, delle compravendite, attuate con l’obiettivo di crearne, appunto, b&b e case vacanze. Per visualizzare più facilmente i dati, si pensi che nella piccola ma centrale via Atri attualmente si contano 22 appartamenti offerti online, con 5 proposte concentrate all’interno dello stesso palazzo e qualche basso. In altre parole, la ripresa del mercato immobiliare napoletano si sta giocando su immobili del centro storico già abitabili.

Nell’estate 2016 Alice Pilia Drago intitolava un suo intervento per il Fatto Quotidiano “Airbnb: se la sharing economy distorce il mercato immobiliare”. Possibile che due anni dopo non sia stata ancora data una risposta non contraddittoria sul reale impatto della locazione breve alla Airbnb e simili sull’abitare (inteso in senso lato come possibilità di accesso alla casa e accessibilità dei quartieri interessati dal fenomeno)?

Per provare a capire in che direzione sta andando la turistificazione nella nostra città, vi proponiamo quindi alcune delle nostre mappe dalle quali si evincono le peculiarità del caso napoletano. L’offerta Airbnb a Napoli si sta concentrando lì dove il tessuto sociale è più fragile secondo le indagini Istat del rapporto 2017 (“Commissione parlamentare di inchiesta sulle condizioni di sicurezza e sullo stato di degrado delle città e delle loro periferie”). Allenate il vostro sguardo ad andare oltre il folclore e l’esotizzazione dei quartieri popolari, e traete le vostre conclusioni sugli scenari possibili. Se ci vedete solo un confronto positivo tra viaggiatori illuminati e popolazione locale in difficoltà, buon per voi e per il vostro ottimismo.

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Per maggiori informazioni sull’indicatore ISTAT: “Commissione parlamentare di inchiesta 2017 sulle condizioni di sicurezza e sullo stato di degrado delle città e delle loro periferi” – Cartogrammi del Comune di Napoli. Roma, 31 maggio 2017.

 

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Per maggiori informazioni sull’indicatore ISTAT: “Commissione parlamentare di inchiesta 2017 sulle condizioni di sicurezza e sullo stato di degrado delle città e delle loro periferi” – Cartogrammi del Comune di Napoli. Roma, 31 maggio 2017.
ARTICOLI CITATI
Infodata Sole 24 Ore “Turismo: ecco quanto e dove cresce di più Airbnb in Italia: tutte le mappe”: https://www.infodata.ilsole24ore.com/2018/09/25/turismo-quanto-cresce-piu-airbnb-italia-tutte-le-mappe/
Cristina Da Rold “Altro che Airbnb e Instagram: ecco quanti italiani abitano in case sovraffollate e malsane”: https://www.infodata.ilsole24ore.com/2018/07/15/altro-airbnb-gli-italiani-abitano-case-sovraffollate-malsane/
Alice Pilia Drago “Airbnb: se la sharing economy distorce il mercato immobiliare”: https://www.ilfattoquotidiano.it/2016/08/06/airbnb-se-la-sharing-economy-distorce-il-mercato-immobiliare/2957613/

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